COVID-19, L’EMERGENZA VISTA DA DIETRO LE QUINTE UE, INTERVISTA A IGNAZIO IACONO (9COLONNE)

Bruxelles, 30 apr – “I primi colleghi di cui ci siamo occupati sono quelli della Delegazione a Pechino, all’inizio per cercare d’immaginare come avrebbero potuto lavorare da casa, poi per il loro rientro a Bruxelles”. È un fiume in piena Ignazio Iacono, il funzionario originario di San Cataldo che presiede il Comitato Centrale del Personale della Commissione UE, l’organo di rappresentanza dei lavoratori. 9Colonne lo ha incontrato tra una video conferenza e l’altra, in un’intervista spesso interrotta dalle varie telefonate dei rappresentanti dei 33.000 funzionari della Commissione, dispersi in 40 luoghi di servizio diversi nell’Unione europea e 140 al di fuori dell’UE. Le misure di contenimento, che devono rispettare le norme dei vari Paesi e contemporaneamente le disposizioni dell’Unione, il negoziato con l’amministrazione per le procedure di telelavoro, la necessità di rafforzare il coordinamento tra le diverse istituzioni e i fornitori di servizi esterni, dai provider informatici al personale delle aziende esterne che si occupano della pulizia nei locali a Bruxelles, a Strasburgo, a Roma o alle Mauritius. Sono infiniti i temi di cui il siciliano trapiantato in Belgio, consigliere del ComItEs di Bruxelles, si sta occupando dall’inizio dell’emergenza Covid-19. “Siamo giustamente sollecitati da ogni parte del mondo. Immagini che il Centro Comune di Ricerca ha sei siti in sei paesi diversi. Le regole che si applicano ai ricercatori e ai funzionari sono le stesse per quanto riguarda il contesto lavorativo, ma sono sei normative diverse per tutto il resto”. Anche l’intranet della Commissione – Intracomm – è una preoccupazione, “alcune persone non hanno un facile accesso, ad esempio chi lavora nelle agenzie decentrate ed i pensionati, ed è proprio in questo spazio web riservato che sono messe a disposizione del personale e dei pensionati le informazioni più rilevanti”.

Ignazio Iacono, presidente del Comitato Centrale del Personale della Commissione UE, racconta a 9Colonne cosa succede dietro le quinte dell’organo esecutivo europeo, come si organizza – giorno per giorno – la vita professionale di quei funzionari che hanno contribuito a rimpatriare oltre 550.000 europei sorpresi dalla pandemia in giro per il mondo, che stanno lavorando a mettere in pratica le decisioni del Consiglio sull’assistenza agli stati membri, alle imprese ed ai lavoratori UE. “Stiamo cercando, assieme all’amministrazione, di provvedere a tutte quelle necessità immediate e future che possano permettere a chi deve venire in ufficio, a chi è bloccato a casa, a chi si è ritrovato a Bruxelles o Strasburgo e doveva cominciare a lavorare o un tirocinio, di svolgere al meglio i suoi  compiti”, spiega Iacono.

“Ci stiamo, ad esempio, occupando degli asili nido, delle preoccupazioni dei genitori e degli assistenti all’infanzia e delle scuole europee, che dipendono non solo dalle decisioni della Commissione e dell’Ufficio centrale, ma sono soggette anche alle legislazioni locali – quella italiana, belga, tedesca, lussemburghese, ecc – e alle disposizioni dei comuni dove sorgono”. Interrotta da una telefonata di un rappresentante sindacale di una Direzione generale che si occupa dell’informatica, l’intervista esclusiva con 9Colonne riprende proprio sui problemi legati al lavoro. “I pensionati delle istituzioni sono preoccupati di come possono continuare a interagire con l’ufficio competente, sia per la mutua sia per le pensioni. Esiste poi il problema della comunicazione e dei suoi limiti, messi particolarmente in evidenza dalle misure di risposta alla pandemia – prosegue il funzionario – in un universo di 27 stati membri e 140 delegazioni all’estero, non ci si può limitare a comunicare in inglese – come purtroppo è successo in questi giorni – ma bisogna esser pronti a farlo almeno nelle tre lingue di lavoro, quindi aggiungendo anche il francese e il tedesco. Non esiste una sola ragione per cui l’amministrazione centrale debba limitarsi a comunicare in inglese quando si rivolge al personale e ai cittadini, soprattutto in un momento d’emergenza in cui dalla corretta comprensione delle istruzioni possono dipendere importanti conseguenze economiche, sociali e perfino la salute.”

“Stiamo cercando di capire a che punto sia la gara d’appalto per fornire maschere e soluzioni idroalcoliche al personale, e al contempo come possiamo trovare una definizione di ‘personale necessario’ – che deve quindi obbligatoriamente recarsi in ufficio – e quali siano le istruzioni per il personale più a rischio, i malati, i funzionari, gli agenti, lo staff dei contrattuali di oltre 63 anni.” Ignazio Iacono, il siciliano che presiede il Comitato Centrale del Personale, l’organo che coordina le otto sezioni locali dei rappresentanti sindacali dello staff della Commissione, spiega a 9Colonne il lavoro di questi giorni e la filosofia che guida la collaborazione tra sindacato ed amministrazione. “C’è la fondamentale necessità che l’istituzione faccia la sua parte e sia credibile. In questo senso, l’Union Syndicale (il principale sindacato della funzione pubblica europea, presente in tutte le istituzioni, ndr) – ha sollevato la questione di una possibile revisione delle norme di bilancio al fine di dimostrare la capacità della Commissione di prendere decisioni rapide ed efficaci in una situazione di crisi”. Quello che il presidente Iacono cerca di far capire è che i funzionari sono i più convinti europeisti e che il ruolo del sindacato è permettere alla funzione pubblica europea, che ha subito gli stessi tagli di quella nazionale di svolgere i suoi compiti nell’interesse dei cittadini europei. “Dobbiamo fare sempre di più con meno personale – aggiunge il consigliere ComItEs – Ci preoccupa ad esempio la situazione del personale a Ispra (dove ha sede il Centro Comune di Ricerca, una delle eccellenze UE, ndr)” continua il sindacalista di San Cataldo, “perché il sistema sanitario italiano è attualmente sovraccarico e non riesce più a garantire tutti servizi di base. Stiamo lavorando per ottenere le necessarie autorizzazioni che dovrebbero permettere ad alcuni colleghi di tornare in auto nei loro paesi di origine. Questo significa, tra l’altro, elaborare una sorta di lasciapassare che possa essere riconosciuto ed accettato ai vari valichi di frontiera, compresi quelli non comunitari”. L’intervista termina perché il responsabile del Comitato del Personale deve cominciare l’ennesima videoconferenza: “Dobbiamo affrontare due problemi. Quello del riconoscimento del COVID19 come malattia professionale, con il relativo processo di rimborso delle spese mediche e – purtroppo – anche degli eventuali effetti in caso di decesso, e quello dei tirocinanti. Stiamo lavorando per rendere possibile anche per loro forme di lavoro a distanza e, quando questo non sia realizzabile, un accordo bilaterale per rimandare o porre fine al contratto di tirocinio, eventualmente accompagnando tali misure con un risarcimento per gli stagisti che desiderino tornare a casa”.

 (Agenzia 9Colonne)

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